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“Le caudiciformi – conosciamo meglio queste strane succulente” di Vanda Del Valli

caudiciformi

LE CAUDICIFORMI IN MEDICINA E NELL’ALIMENTAZIONE

Molti coltivatori appassionati sono attratti da queste piante succulente dall’aria stravagante che, invece di avere i caratteristici tessuti rigonfi concentrati nelle foglie come nelle Aloe oppure nei fusti come nelle Euforbiae, presentano un organo perenne chiamato caudex – o caudice, voluminoso e con le radici spesso ingrossate, che costituisce l’asse della pianta.

Il caudice è posto alla base del fusto sopra o sotto il terreno ed è un serbatoio con dimensioni che vanno da pochi centimetri a diversi metri. È frutto dell’evoluzione come adattamento ad ambienti particolarmente inospitali caratterizzarti da estesi periodi di siccità e svolge la funzione di accumulo di acqua e nutrienti, mentre la struttura assimilatrice (deputata alla fotosintesi e alla elaborazione dei prodotti della fotosintesi) consistente nella vegetazione, poco o per nulla succulenta, compare rapidamente dopo la stagione delle piogge ed è completamente o parzialmente assente dopoo il periodo di dormienza.

Molte caudiciformi sono originarie di ambienti desertici o semi desertici con suoli particolarmente poveri, oppure sono epifite tropicali che vivono attaccate ai tronchi degli alberi, ambiente che non offre un substrato in grado di trattenere acqua. Sono alcune migliaia di specie sparse nei Continenti, colonizzano gli habitat più ostili di Africa, Sudamerica, Asia e Australia ed appartendogono ad una cinquantina di famiglie botaniche, di cui diamo qui di seguito qualcher esempio:

Anacardiaceae: Operculicarya, Pachycormus discolor;

Apocynaceae: Pachypodium succulentum , P. bispinosum, Adenium obesum;

Asclepiadaceae: Ceropegia woodii, Fockea crispa, Brachystelma barberae;

Asteraceae: Othonna;

Bombacaceae: Adansonia, Bombax, Ceiba;

Burseraceae: Bursera;

Convolvulaceae: Ipomoea bolusiana;

Cucurbitaceae: Cephalopentandra, Gerrardanthus, Xerosicyos, Kedrostis, Dendrosicyos;

Dioscoreaceae: Dioscorea;

Euphorbiaceae: E. cylindrifolia, E. tuberosa, E. trichadenia, Monadenium, Jatropha;

Fouquieriaceae: Fouquieria;

Geraniaceae: Pelargonium rapaceum;

Moraceae: Dorstenia, Ficus;

Nolinaceae: Calibanus, Nolina;

Oxalidaceae: Oxalis;

Passifloraceae: Adenia;

Pedaliaceae: Uncarina, Pterodiscus;

Portulacaceae: Talinum, Anacampseros alstonii, Avonia;

Vitaceae: Cyphostemma, Cissus tuberosa.

I caudici delle specie dei deserti vivono completamente o parzalmente sepolti ma non sono tuberi come le patate che hanno crescita limitata e non possono vegetare se si trovano al di fuori del terreno per il 40 %.

Hanno rivestito da sempre grande importanza per la vita delle popolazioni dei luoghi di provenienza: un esempio è costituito dalle Discoreaceae, inserite a pieno titolo fra le 50 piante che hanno cambiato il corso della Storia umana sul Pianeta insiemer all’Ulivo, al Riso, al Bambù, all’Agave o alla Palma da cocco. Appartenente alla classe dei monocoledoni, la famiglia comprende nove generi con oltre 600 specie di rampicanti, molte delle quali coltivate nei paesi tropicali e sub tropicali per l’alimentazione.

Più conosciute nel mondo con il nome popolare di Yam, le Dioscorea possono raggiungere grandi dimensioni con un diametro di oltre 2 metri ed il peso di oltre 220 kg. Sono spesso tossiche (una volta erano usate per avvelenare le punte delle frecce, oggi per produrre insetticidi) ma sono più spesso rese commestibili – in vari modi – tanto da costituire in molti paesi del mondo l’alimento principale per milioni di persone grazie al loro elevato contenuto in carboidrati, minerali e vitamine. In Africa esse hanno cambiato il corso della storia alimentare. Sono inoltre impiegate per una serie di altri usi come la produzione di steroidi vegetali e sapogenine, pillole contracettive, cortisone e medicinali per curare asma e artrite.

Molto conosciuta è Dioscorea elephantipes (= Testudinaria elephantipes, o Pane degli Ottentotti), pianta Sudafricana chiamata così in onore di Dioscoride che ne descrisse in De Materia medica nel I secolo d.C. le proprietà curative. La sua forma è semisferica, caratterizzato da una spessa corteccia marrone che tende ad ispessirsi nel tempo creando profonde fessure che ricordano il carapace di una tartaruga. E’ apprezzata dai coltivatori hobbisti e non presenta particolari difficoltà se si tiene conto che mantiene la sua vegetazione invernale. Simile nell’aspetto è la cugina messicana, Dioscorea macrostachya , più difficile da coltivare in quanto più soggetta ai marciumi anche se vegeta durante la nostra primavera-estate.

caudiciformiInteressanti sono anche le Fockea: 11 specie caudiciformi appartenenti alla famiglia delle Apocynaceae (ex Asclepiadaceae ) provenienti dal Sud Africa. Alcune popolazione consumano i grossi fusti di questa pianta dopo una cottura lunga ed elaborata necessaria per neutralizzare gli alcaloidi tossici presenti in essa. Fockea edulis è anche tra le caudiciformi più decorative, resistenti e tolleranti in coltivazione

Cambiando continente, Stephania rotunda è una specie appartenente ad uno dei 60 generi della famiglia delle Menispermaceae, originarie dell’Asia del sudest. E’ una lianosa erbacea perenne che arriva ad un’altezza di circa 4 metri con un caudice legnoso che può raggiungere grandi dimensioni ed un peso notevole. In Viet Nam sono stati isolati nel 2005 tre nuovi alcaloidi (5-hydroxy-6,7-dimethoxy-3,4-dihydroisoquinolin-1(2H)- thaicanine 4-O-beta-D-glucoside, così come thaicanine N-oxide (4-hydroxycorynoxidine), che vanno a sommarsi a quelli già conosciuti (una quarantina) che fanno di questa pianta una delle più usate nella medicina tradizionale in Viet Nam, Laos e Cambogia e India. I fusti, le foglie ma in particolare il caudice vengono impiegati per curare circa 20 importanti malattie tra cui malaria, asma, dissenteria, febbri varie. Le radici contengono 1-tetrahydropalmatine (l-THP), mentre il caudice contiene cepharanthine e xylopinine.

Un’altra specie del genere, Stephania tetranda, è tra le 50 specie fondamentali usate nella medicina tradizionale cinese dove è conosciuta come han fang ji (漢防己, “Chinese fang ji“).

COLTIVAZIONE: per la fortuna degli appassionati sono spesso piante particolarmente adattabili e robuste, quasi non hanno nemici.

Esposizione: si tengono generalmente i caudici piuttosto fuori terra per apprezzare le loro qualità estetiche ma questo altera le dinamiche termali della pianta: se esposta alla luce del sole la superficie normalmente sottoterra si può riscaldare troppo rapidamente e questo è da tener presente per le piante più piccole che potrebbero avere una insufficiente formazione di corteccia legnosa. E’ anche vero che molte specie non saranno mai in grado di proteggersi effettivamente dal sole, quindi: un’esposizione in ombra parziale andrà bene per tutte.

Temperatura: è molto importante per le funzioni metaboliche legate alla crescita di queste specie: nel periodo vegetativo le temperature ideali sono tra i 18 e i 27 °C. e in inverno tra i 13 e i 16 °C. (un poco più elevate in ambiente luminoso quelle a crescita invernale come Dioscorea elephantipes o Euphorbia balsamifera); sotto i 13 si verificherà sofferenza .

Effetti significativi sulla crescita provengono anche dalle variazioni della temperatura giorno/notte (ideali 12 °C), che dovrebbero essere sempre rispettati.

Sono tutte comunque piante amanti del caldo, anche se in misura variabile. In coltivazione la soluzione più pratica ed economica è quella di tenerle all’esterno durante i mesi caldi e ritirarle quando le temperature scendono, perché gelate anche brevi possono produrre marciumi. Possono essere molto decorative anche in appartamento, all’interno di finestre con esposizioni a sud o sudovest e luminosità sempre elevata, lontane da fonti di calore. La loro crescita lenta aiuta.

caudiciformiIrrigazioni:

  • sopra i 18 °C innaffiare circa ogni 10 gg, specie se la pianta mostra segni di attività, aspettando sempre che il terriccio sia completamente asciutto;
  • sopra i 15 °C irrigazioni più distanziate (ogni 20 gg.) per prevenire la perdita delle radici capillari;
  • vanno interrotte quando la temperatura scende sotto i 12 °C o quando la pianta mostra assenza di attività vegetativa.

Occorre inoltre prestare attenzione all’ umidità ambientale che, se troppo elevata, in particolare durante la stasi vegetativa, può portare a condensare la traspirazione sulla superficie del caudice favorendo la comparsa di marciumi, unico vero elemento di pericolo per queste piante.

Terriccio: sarà più leggero e poroso possibile, perciò:

  • 40% organico
  • Sabbia (non più del 20 %)
  • per il resto pomice, perlite, corteccia di pino, fibra di cocco.
  • Il caudice va interrato per almeno ¼ ; più viene interrato (usando un materiale drenante per evitare marciumi) più tendono a crescere velocemente.

Rinvasi: anche ogni anno, preferibilmente alla fine del periodo di dormienza, in contenitori preferibilnemte leggeri (gli spostamenti sono facilitati). Qualcuno ama coltivarle in vasi da bonsai, ma questo va bene per specie a crescita lenta (es. Cissus tuberosus) mentre quelle con grandi radici robuste e crescita veloce come Ceiba, Operculicarya, Pachypodium preferiscono contenitori più grandi e profondi.

Riproduzione: esclusivamente per seme, se si vogliono ottenere i caudici, con seme fresco e temperature tra i 21 e i 27 °C.