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Invito a…

Alla Lettura?

No, questa volta non alla lettura, ma alla Cerimonia del Tè come in un Padiglione Giapponese, nei giardini giapponesi, dove i monaci Zen offrono il Tè secondo una cerimonia antichissima che si ripete ogni volta uguale, ripetendo gesti e rituali stabiliti.

Come ci ha spiegato Silvia Stucky, un’artista molto particolare che è venuta all’AER per una conferenza di cui parlerò nel prossimo numero del Ginkgo, è necessario arrivare al Padiglione purificati e questo si ottiene attraverso un lungo percorso (in Giappone attraverso il giardino) e si arriva al padiglione dove le porte sono basse, sicché si entra inchinandosi ed avvicinandosi con umiltà.

Noi invitate gentilmente non abbiamo fatto il percorso di purificazione (attraversare Roma però è sempre una grande penitenza) e siamo arrivati al quartiere Prati, in una zona molto tranquilla, entrando in uno di quei cortili dei vecchi palazzi, ricco di piante, quelli per intenderci che hanno gli ascensori che sembrano salottini, tutto legno e ottoni lucenti.

Qui il centro Urasenke dove si tramanda la tradizione del Chado.

Ad attenderci sulla porta Silvia Stucky ed altre signore in chimono. Ci siamo tolte le scarpe, spenti i cellulari e lasciati (di solito non li spegniamo mai e ci perseguitano in continuazione, anche se utilissimi in alcune situazioni) nelle borse con ogni altro effetto personale.

Liberate anche da giacche e giacconi entriamo in una prima sala in attesa sedute con altre invitate, un po’ intimidite e molto curiose. Ambiente elegante, sobrio dove le ospiti parlano a voce molto bassa. E’un caso, ma siamo tutte donne, solo all’uscita ci siamo imbattute in una coppia con un lui raffinato stile antico.

Racconto tutto questo perché mi piacerebbe comunicarvi l’atmosfera e le sensazioni ricevute.

La cerimonia del te

La cerimonia del te

Entriamo in nove, mi sembra, in un locale attiguo piuttosto piccolo e raccolto (appositamente) con grande finestra e tende bianche lunghe dalla quale entra la luce del pomeriggio.

Ci sediamo su piccoli bassi sgabelli, in verità dovremmo inginocchiarci e sederci sui talloni col busto eretto, ma solo alcune ci riescono.

Gloria, mia nuora, mi ha detto che poi alla fine non si sentono più le gambe, è come se si addormentassero.

Pavimento con passatoie bianche tutto intorno su legno lucido. Nel centro una buchetta di forma quadrata, una specie di pozzetto nel quale sta un bollitore per l’acqua.

Sulla parete di fronte alla finestra, quasi ad angolo una nicchia con due vasi, uno di pesco e l’altro di arancio. Sui ripiani a scaletta molte statuette rappresentanti delle bambole in ceramica o porcellana perché il mese di marzo è dedicato alle bambine (mi sembra sia il 3 marzo la loro festa) ed in alto alla piramide l’imperatore, sua moglie e tutta la corte.

Una signora in chimono compie dei percorsi sulle passatoie per mostrarci cosa dovremmo fare noi.

Poi si apre una porta ed una signora esile, vestita con un chimono grigio, cappelli raccolti grigi, inginocchiata (è grande di età, ma è agile e si comprende che è una posizione a lei abituale) raggiunge quasi scivolando la sua postazione davanti al pozzetto. Ci saluta inchinandosi più volte, noi rispondiamo. Prima di iniziare ci fa allontanare un poco gli sgabelli che sono troppo vicini, si dispiace che non possiamo assumere la posizione che ci metterebbe più a nostro agio e comprendere in modo più appropriato cosa significa prendere un tè assieme, una per volta, in armonia e serenità (penso ad un momento di sereno distacco dal resto del mondo), ma ci consiglia di rimanere sedute.

Sulla porta inginocchiata entra scivolando più volte un’altra figura esile ed aggraziata (vestita di scuro, lunga casacca e pantaloni che scivolano larghi sulla figurina) sorridente con occhi celesti (chi la conosce avrà riconosciuto dalla descrizione Silvia): porta una ciotola alla maestra che inizia a pulire con gesto rotatorio la tazza usando un tovagliolino bianco, poi con gesti lenti ed aggraziati prende un lungo mestolo che appoggia su un piccolo recipiente di legno, posto in terra.

(Gli arnesi che servono per la cerimonia mi sembra fossero sopra un piccolo tavolino messo sulla stessa parete della nicchia vicino a colei che prepara il tè. Ognuno di questi arnesi ha un nome e se andate su un sito dedicato a questa cerimonia troverete il nome e la descrizione, io qui desidero solo dire quel che ho visto).

The verde

The verde

Con il lungo mestolo prende acqua bollente dalla pentola, la versa nella ciotola, ed appoggia il mestolo sul recipiente in legno. Chiede all’ospite per la quale sta preparando il tè se lo desidera moto caldo o meno caldo, in questo ultimo caso aggiunge dell’acqua fredda prendendola da un recipiente messo accanto, ripetendo sempre i medesimi gesti. Scioglie nella ciotola della polvere verde, mescolando con un pennello in fibre naturali (frullino in bambù).

(E’ un tè verde chiamato Matcha, polverizzato, prodotto dai germogli della pianta, ci spiega la maestra del tè).

Nel frattempo arriva sempre scivolando sul pavimento la figurina inginocchiata che mette di fronte all’ospite un vassoio di biscottini sui quali è stampata una foglia di ginkgo ( il nostro logo!).

La maestra invita l’ospite a prendere un biscotto, poi una volta consumato, la solita figurina inginocchiata porge le tazza, dopo essersi inchinata, ricambiata.

Nella tazza appare una miscela di colore verde-bianca in superficie. Non sembra molto invitante in realtà, ma il sapore è buono.

Il tutto si rinnova per nove volte e la tazza dovrebbe essere la stessa, lavata con il tovagliolino, volta per volta. Siamo troppi ed allora viene portata sempre una tazza nuova. Una cerimonia durata più di un’ora.

Prima di lasciare la stanza ci si inchina davanti la nicchia secondo le modalità che ci vengono mostrate.

Lentamente usciamo e in uno specie di studio firmiamo per avere partecipato ed ancora facciamo domande a Silvia Stucky. Vogliamo ritornare con amici.

Ikebana

Ikebana

Ricuperiamo tutto e torniamo alla nostra realtà. Sono quasi le sette, abbiamo trascorso due ore al centro. Mi sento un po’ strana. Tra noi commentiamo: tutto il complesso degli atti della cerimonia, come ci è stato spiegato, serve a creare uno stato di serenità, tranquillità, gentilezza verso gli altri: siamo riusciti a partecipare e a raggiungere lo scopo?

Non sono mai stata in Giappone, in Cina si. Ma in questi ultimi tempi mi è capitato di avere conosciuto delle pratiche giapponesi.

Da qualche tempo sono in terapia Shiatsu: Shi = dito – Atsu= pressione che si esercita sugli Tsubo, 600 punti dove si incrociano vasi e nervi, zone vitali in cui scorre l’energia dell’organismo. In Giappone 2500 anni fa solo con l’analisi della risposta terapeutica sono riusciti a scoprire queste zone e questo va tutto a loro merito.

Afferma il mio terapista, Enrico Vettori, in un testo da lui scritto per i suoi allievi, che in Shiatsu tutto è semplicità, delicatezza e grazia ed i gesti si ripetono sempre nello stesso modo come nella cerimonia del tè.

Il monaco Zen cerca l’illuminazione, tramite la meditazione che può durare per ore, giorni, anni senza stancarsi mai e nello Shiatsu il terapista agisce con calma determinazione, serenità, pazienza. Il paziente si affida fiduciosamente al terapista e si rilassa in un ambiente idoneo come lo è il luogo della cerimonia del Tè.

Samurai

Samurai nella sua armatura. Foto de1860 di Felice Beato

Zen e Shiatsu sono coetanei.

Zen, religione dei Samurai, è andato via via formulando un canone di comportamento in molte attività della vita quotidiana. Servire un tè o creare un giardino o disporre fiori in un vaso Ikebana, inventato dai guerrieri Samurai che, deposta l’armatura di bamboo, sporchi ancora di sangue, si accingevano a disporre dei fiori in un vaso. Vaso essenziale, semplice, senza fronzoli, un fiore alto=il cielo, uno basso= la terra, un fiore in mezzo fra i due = l’uomo. Tre fiori o multipli di tre.

 

Il mio terapista mi ha citato anche tanti detti Zen, ve ne riporto alcuni.

Quando sei solo comportati come se avessi degli ospiti, quando hai ospiti comportati come se fossi solo. In pratica sii sempre te stesso.

La goccia scava la roccia.

La dottrina Zen insegna a comportarsi nella vita non facendo muro ma assecondando il corso dell’acqua senza infrangersi contro gli scogli. Come nello Judo si sfrutta la forza dell’avversario, con un minimo spostamento si fa in modo che il suo stesso impeto lo porti alla caduta.

Maria Livia Ardigò

Torna al numero 70 de Il Ginkgo, la rivista dell’AER.