Archivio di Marzo 2016

“Il parco del Santa Maria della Pietà” di Marcello Baragona

santa maria della pietà romaRiproduzione del progetto del padiglione dei ‘tranquilli’ – Il manicomio provinciale di Roma : ricordo della posa della prima pietra, 29 giugno 1909 – Edgardo Negri e Silvio Chiera (sec. XIX-XX) – Nella pubblicazione fatta in memoria dell’avvio dei lavori, i due ingegneri introducono una breve storia dell’ospedale, quindi illustrano il progetto esecutivo (…)

L’istituzione del Santa Maria della Pietà ha origini antiche risalenti al XVI secolo. Fu fondato nel 1548 per volontà e opera del sacerdote sivigliano Ferrante Ruiz. La prima sede, nei pressi di Piazza Colonna a Roma, fu inizialmente preposta all’accoglienza dei numerosi pellegrini attesi per l’Anno Santo del 1550, mentre in seguito si specializzerà in aiuto ai poveri, vagabondi ma soprattutto nell’accudimento dei matti. L’isolamento del ‘pazzo’ dal contesto sociale ed il numero sempre maggiore di ricoverati portarono ad un periodo di decadenza dell’ospedale. Nei secoli successivi seguirono numerosi dibattiti, provvedimenti per il risanamento, nuovi regolamenti e visite apostoliche che videro annettersi alla struttura principale anche Villa Barberini e Villa Gabrielli sul Gianicolo, per i degenti più facoltosi. Con l’ unità d’Italia il complesso venne riconosciuto come opera pia e dal 1893 l’amministrazione passa alla Provincia di Roma. Nel 1907 il consiglio provinciale approvò la costruzione del nuovo manicomio nei pressi di S.Onofrio (Monte Mario) su un terreno acquistato dalla Provincia. Il progetto dichiarato vincitore dalla commissione speciale giudicatrice del pubblico concorso (1) era degli ingegneri Edgardo Negri e Silvio Chiera, la ditta costruttrice cui vennero affidati i lavori con successiva delibera era la “Domenico Vitali e C.” per un importo complessivo di cinque milioni. Nel 1909 per iniziativa del senatore Alberto Cencelli cominciarono i lavori per il nuovo ospedale psichiatrico denominato Manicomio Provinciale di Santa Maria della Pietà che iniziò a funzionare nel 1913 e fu inaugurato ufficialmente da Vittorio Emanuele III il 31 maggio 1914. Il complesso concepito con lo spirito del manicomio-villaggio si estendeva su circa centotrenta ettari e comprendeva quarantuno edifici ospedalieri, di cui ventiquattro erano padiglioni di degenza. Gli edifici, immersi in un grande parco di piante a fusto alto e collegati l’un l’altro da una rete stradale di circa sette chilometri complessivi costituivano così il più grande ospedale psichiatrico d’Europa con una capacità di più di mille posti letto. L’ opera si presentava divisa in due sezioni rigidamente separate: l’area maschile e quella femminile che rimarranno ben differenziate nella gestione fino agli anni ’70. Era una piccola città con i servizi interni garantiti dalla presenza di un impianto termico centralizzato, la cucina, la dispensa, la lavanderia e in seguito anche una piccola sala operatoria. Vi erano inoltre la fagotteria (dove venivano depositati gli effetti personali dei ricoverati) la chiesa, l’alloggio delle suore, i laboratori dei fabbri e dei falegnami. All’epoca la legge prevedeva il ricovero delle persone sulla base di un certificato attestante uno stato di pericolosità per sé o per gli altri o per atteggiamenti di pubblico scandalo e ben presto si giunse ad un sovraffollamento con oltre duemila ricoveri. Nei casi incerti si decideva la dimissione o l’internamento dopo un periodo di osservazione. Ogni padiglione era una realtà a sé stante: la ripartizione dei malati non veniva fatta in base alle patologie psichiatriche degli stessi ma esclusivamente in merito al comportamento che questi manifestavano. Il team di infermieri, la suora caporeparto e il medico di ogni padiglione si trovavano così a gestire un insieme disomogeneo di degenti altamente diversi per gravità della patologia, terapia ed età. Comuni erano invece l’inattività, l’abbandono e regressione dei pazienti che sviluppavano di conseguenza un carattere aggressivo. Tra i diversi padiglioni si ricordano: il XVIII dei criminali con mura di cinta di quattro metri; il XIV degli agitati, il XII dei pericolosi per tentativi di fuga e di suicidio; l’ VIII dei bambini; il XXX delle lavoratrici e padiglioni specifici per pazienti con TBC, come il XVI. Il padiglione più grande, il XXII, detto il Bisonte, ospitava più di trecentoventi pazienti tra epilettici, dementi senili e schizofrenici. Dal 1974 in poi per iniziativa del dottor Ferdinando Pariante, aperto alla recente corrente antipsichiatrica ispirata da Franco Basaglia, si aprì un dibattito aperto a tutto il personale ospedaliero, che giunse a modificare il regolamento interno in un’ottica anti-istituzionale. Ai primi esperimenti del padiglione XVI, ne seguirono progressivamente altri e nel 1978 con la Legge 180 (legge Basaglia) venne ufficializzata definitivamente la prassi intrapresa. Gli ultimi venti anni di attività del manicomio sono caratterizzati dallo svuotamento graduale di degenti e personale, di conseguenza anche i servizi logistici e medici, perlopiù interni all’ospedale, perdono rilievo e vengono forniti sempre di più esternamente alla struttura. Gli obiettivi principali della nuova assistenza infatti erano volti a rendere autonomi i pazienti e capaci di poter affrontare la vita fuori dalle strutture manicomiali (…) solo recentemente, dopo la definitiva chiusura nel 1999, il parco storico è stato aperto al pubblico ed è giornalmente frequentato dagli abitanti della zona (Monte Mario, Torrevecchia). Occupa oggi una superficie di circa 27 ettari di terreno, di cui 19 a verde, è dotato di 36 padiglioni, alcuni ospitano la sede della Asl E, il Museo della mente (VI) la associazione Ex lavanderia (XXXI) che comprende una ciclofficina (dal 2001) l’associazione Antea per la lotta al dolore (XXII) mentre i restanti sono ancora abbandonati.

Particolare interesse riveste l’intervento di riqualificazione, recentemente realizzato, sulle aree verdi del parco, in particolare sulle essenze arboree che rischiavano di scomparire (i lavori, effettuati nel dicembre 2012 ad opera del Servizio giardini del Comune, dell’AMA, della Multiservizi e di Pies-decoro, sono durati 20 giorni circa) piantate contestualmente alla costruzione del complesso, esse avevano assunto nel corso degli anni un notevole valore botanico e paesaggistico. Nel parco vegetano spontaneamente l’alloro, e le querce sempreverdi, inclusa la sughera e svariate specie di origine sub-tropicale; vi sono i lecci, le robinie per i viali, i tigli per creare zone d’ombra, pini, cedri, eucalipti e cipressi per le aree boscate, originariamente messe a dimora per la loro funzione balsamica, palme, sequoie, pini domestici e molte altre specie. A tutte queste, che già configuravano il parco come un arboreto, se ne sono aggiunte nel tempo molte altre arrivate nei modi più disparati, per iniziativa di giardinieri, infermieri, medici o pazienti. Se l’insieme ha perso nel tempo in coerenza progettuale ha però guadagnato in diversità botanica; infatti oggi si possono censire 19 specie di conifere, 8 specie di palme e cicadacee, 9 specie di latifoglie sempreverdi, 7 specie di latifoglie caducifoglie, 20 specie di arbusti e siepi sempreverdi e 15 specie di arbusti, siepi e rampicanti caducifoglie. Alcune specie, quali l’Abies pinsapo (2) le sequoie (Sequoia sempervirens (Don) Endl., Sequoiadendron giganteum (Lindl.) Buchholz) il cipresso calvo (Taxodium distichum (L.) Rich.) ed il cedro della California (Libocedrus decurrens Torr.) tra le conifere, Butia capitata (Mart.) Becc. e Brahea armata Watson tra le palme, Quercus rubra L. tra le caducifoglie, Quercus suber L. ed il Cinnamonum camphora (L.) Presl tra gli alberi sempreverdi, sono da considerarsi piuttosto rare a Roma. Tra gli arbusti ed i piccoli alberi, insieme ai classici alloro, ligustro e spirea, è da notare la presenza di Photinia serratifolia (Desf.) Kalkman, Chimonanthus praecox (L.) Link, Deutzia scabra Thunb., Philadelphus coronarius L. e Persea americana Mill.; il rovo, il sambuco, il prugnolo, il fico, specie spontanee nelle aree periurbane marginali, sono ampiamente rappresentate, ma tra tutte prevale la Robinia pseudoacacia L.; in occasione dell’intervento, oltre al recupero della vegetazione esistente, sono state messe a dimora nuove essenze arboree per la ricostruzione di preesistenti assetti e paesaggi andati distrutti. La piazza centrale e la fontana sono state restaurate ed è stata realizzata una pista ciclabile ed un percorso ginnico. Alcuni percorsi didattici attraversano i viali del parco illustrando, mediante la cartellinatura delle specie arboree ed arbustive e l’apposizione di specifiche schede botaniche, la ricchezza e la rarità del patrimonio arboreo … (fonti varie – wikipedia – biblioteca-provinciale.provincia.roma.it)

(1) Filippo Galassi (n.1856) nel 1876 conseguì la laurea presso la Scuola di applicazione per ingegneri, in ingegneria civile. Nel 1907 partecipò al primo concorso per il manicomio provinciale di Roma: prescelto dalla commissione, il progetto fu accantonato per un’eccedenza nel preventivo di spesa. (treccani)

(2) L’ abete di Spagna (Abies pinsapo Boiss.) è una pianta nativa delle zone montuose del sud della Spagna (Andalusia). È un albero di notevole sviluppo, con legno molto simile a quello dell’abete bianco, è decisamente raro, si trova in ristrette zone montuose della Spagna meridionale e del Rif marocchino; è considerato l’albero nazionale dell’Andalusia. A minacciare maggiormente questa delicata specie sono gli incendi, la siccità, l’erosione, e il turismo. (fonti varie)

 

mappa

“Impressioni di viaggio in Giappone: natura e giardini” di Elvira Imbellone

Prunus x yedoensisPrunus x yedoensis

La Relatrice ha riportato le impressioni di un viaggio fatto nel Paese del Sol Levante in occasione dell’hanami, la fioritura dei ciliegi. L’attenzione è concentrata sulla natura (boschi di Cryptomerie e foreste di bambù) e sui giardini che qui hanno una storia tutta particolare, ricchi di contenuti e simbologie.

Le città visitate sono state Tokyo e Kyoto. Hanami significa letteralmente “guardare i fiori”, un’esperienza vissuta dalla popolazione come una festa, da celebrare da soli, in compagnia, con i familiari, gli amici, i colleghi di lavoro, a tutte le ore del giorno e anche della notte, godendo della luce della luna. L’arrivo della festa, che dura poco più di una settimana ed ha il suo clou in appena due giorni, viene annunciata dal telegiornale, come le previsioni del tempo. I fiori si guardano, si annusano, si disegnano con matite e pennelli, si fotografano. Tutto questo mostra il sentimento della natura del popolo giapponese che deriva dalla religione shintoista (una forma di animismo che vede la presenza della divinità in tutti gli elementi della natura) e dal buddhismo. La natura spettacolare del Paese, che ha paesaggi forti e diversi, è sicuramente all’origine di tale sensibilità.

Sentiero del filosofoSentiero del filosofo

Il Parco Ueno a Tokyo con più di 1.500 ciliegi è particolarmente frequentato in questi giorni: scolaresche, studenti e anziani la mattina e poi coppie e gruppi di amici verso sera che fanno picnic sotto gli alberi. I giardini del Palazzo Imperiale vantano ciliegi di particolare bellezza, dalle fioriture ricche e leggere. Ma il ciliegio più diffuso è Prunus x yedoensis, che apre contemporaneamente migliaia di fiori rosa-bianchi leggermente profumati. A Kyoto si coglie il massimo della fioritura lungo il Sentiero del Filosofo, che costeggia per oltre 1km un canale, e nel popolare Parco Maruyama. La vecchia capitale ospita i principali templi buddhisti con i più antichi giardini zen, detti karesansui (giardino asciutto di montagna e acqua). Questi sono una rappresentazione astratta del paesaggio simboleggiato da pietre, muschi e sabbia rastrellata, da contemplare da un punto fermo, per favorire la meditazione dei monaci. Tenryu-ji, il Tempio del Drago Celeste del 1329, è il più antico. Seguono il Padiglione dorato, che si specchia in un grande lago navigabile con isolotti e magnifici ciliegi sulle rive, il Padiglione d’argento, con il famoso giardino secco che rappresenta l’oceano e il monte Fuji, il Ryoan-ji, punto di riferimento per tutti i giardini giapponesi, con le 15 pietre poste in modo da non poterle cogliere contemporaneamente con lo sguardo, e il giardino dei muschi Kokedera, con ben 120 varietà di questa forma vegetale. La villa imperiale di Katsura del ‘600, apprezzata per la modernità dei suoi edifici dagli architetti del Bauhaus, è invece il massimo esempio di giardino paesaggistico. Il suo fulcro è il lago dove si poteva andare in barca oppure si poteva costeggiare comodamente lungo i sentieri, ammirando i vari paesaggi che riproducono luoghi famosi del Giappone. Un giardino di piacere colto, dove trascorrere le fresche sere d’estate.

padiglione d'oroIl Padiglione d’oro

Giardino zen Ryoan-jiGiardino zen Ryoan-ji

villa imperiale di KatsuraGiardino della villa imperiale di Katsura del XVII sec.

I giardini di Shigemori Mirei (1896-1975) infine ci portano alla modernità. Nel tempio Tofuku-ji egli realizza il famoso giardino a scacchi di pietra e muschio, che ci riporta alle forme dell’arte moderna di Mondrian.

Una carrellata di realizzazioni, da Burle Marx a Porcinai a Libeskind ed altri che hanno sviluppato questo tema, chiude l’esposizione.

“Le mura verdi di Roma raccontano che…” di Andrea Lezzi

mura
Le antiche mura di Roma, fin dai tempi degli antichi romani, sono sempre state oggetto degli insediamenti da parte delle più svariate piante, piccole o grandi, che hanno trovato modo di svilupparsi sopra di esse o fra gli interstizi presenti tra un mattone e l’altro.

I primi esempi li possiamo trovare al Foro Palatino dove in mezzo alle rovine del luogo dove Roma fu fondata è possibile trovare esemplari di Ficus carica o di Clematis vitalba così detta dai fiori bianchi e profumati di vaniglia che la contraddistinguono.

Ficus carica Moracee

Ficus carica

Clematis vitalba Ranuncolacee Domus augustana

Clematis vitalba

Se ci trasferiamo nella zona dell’Aventino, vicino alla chiesa di S. Sabina è possibile vedere 2 esemplari di Cupressus sempervirens cresciuti sopra un muro mentre nei pressi del complesso dei Cavalieri di Malta troviamo la Bryonia dioica, rampicante delle Cucurbitacee con bacche velenose, rosse a maturazione, che scende da una parete alla ricerca di un supporto su cui avvilupparsi.

Cupressus sempervirens Aventino

Cupressus sempervirens

Bryonia dioica Cucurbitacee Aventino

Bryonia dioica

Da Ponte Sublicio si scorgono i muraglioni del Tevere, costruiti negli ultimi decenni del Novecento per evitare i danni provocati dalle continue esondazioni del fiume. Ma anche sopra tali strutture crescono svariate piante, un esempio delle quali è il Rubus fruticosus.

Rubus fruticosus Rosacee Lung Aventino

Rubus fruticosus

Le storiche mura di Roma sono: le Mura Serviane costruite nel IV secolo a.C. dal re Servio Tullio, oramai quasi totalmente scomparse se non in poche emergenze presenti qua e là per Roma, le Mura Aureliane, le più famose ed imponenti, costruite nel III secolo d.C. sotto l’imperatore Aureliano e le Mura Gianicolensi che esamineremo di seguito più in dettaglio.

Mura Aureliane

Mura Aureliane

Le Mura Gianicolensi furono volute da Papa Urbano VIII Barberini per difendersi dalla possibile minaccia dei Farnese dopo che il nipote del Papa Taddeo Barberini aveva invaso i possedimenti farnesiani di Castro e  Ronciglione. Furono costruite in pochi anni, dal 1641 al 1644, anno in cui era già salito al soglio pontificio Papa Innocenzo X Pamphili, il cui stemma campeggia sulla attuale Porta Portese, perchè terminata quando Papa Urbano VIII era già morto.

Porta Portese

Porta Portese

Esse non subirono però in quegli anni alcun attacco perché la vertenza fu conclusa con la pace di Venezia che restituiva i possedimenti ai Farnese. Già vicino Porta Portese possiamo vedere alcune piante tipiche che crescono tra i mattoni quali Cymbalaria muralis, Fumaria capreolata ed addirittura una piccola pianta di pomodoro.

Cymbalaria muralis Scrofulariacee

Cymbalaria muralis

Solanum lycopersicum Solanacee

Pomodoro

Risalendo le mura verso Villa Sciarra possiamo apprezzare accanto allo stemma di Urbano VIII numerose piante di Capparus spinosa con il suo vistoso fiore bianco con sfumature viola, forse la regina delle piante dei muri di Roma, nonché una giovane pianta di Pinus pinea.

Viale Mura Aurelie

Stemma di Urbano VIII

Capparis spinosa Capparacee

Capparis spinosa

Pinus pinea Villa Sciarra

Pinus pinea

Continuando a costeggiare le mura si arriva a Porta S. Pancrazio, costruita al posto dell’antica Porta Aurelia e poi restaurata dopo gli scontri avvenuti nel 1849 tra i soldati della Repubblica Romana con in testa Giuseppe Garibaldi, assediati con forze preponderanti dalle truppe francesi chiamate da Papa Pio IX Mastai-Ferretti per ristabilire il potere temporale della Chiesa. Nei pressi si nota una stupenda pianta rampicante, la Bignonia tweediana (o Doxantha unguis-cati) così detta per la forma a unghie di gatto dei suoi viticci rampicanti.

Porta S. Pancrazio

Porta S. Pancrazio

Bignonia tweediana Doxantha unguis-cati Bigniniacee

Bignonia tweediana (Doxantha unguis-cati)

Scendendo verso Porta Cavalleggeri, nei pressi dell’antica Porta Settimiana troviamo lungo le mura esemplari di Centranthus ruber appartenente alla famiglia delle Valerianacee, Ailanthus altissima pianta infestante e con uno sgradevolissimo odore, Ruta graveolens, Morus nigra dalle dolci bacche, famose per le gustose granite siciliane.

Centranthus ruber Valerianacee

Centranthus ruber

Ailanthus altissima Simarubacee

Ailanthus altissima

Ruta graveolens Rutacee

Ruta graveolens

Morus nigra Moracee

Morus nigra

Ritornando verso Porta S. Pancrazio troviamo la facciata dell’antica casa detta di Michelangelo, qui ricostruita davanti ad un serbatoio dell’ACEA nei cui interstizi è nata una pianta di leccio (Quercus ilex), caratterizzata per essere una sempreverde, a differenza della maggior parte delle altre querce.

 Quercus ilex Fagacee

Quercus ilex

A conclusione del giro fatto per Roma terminiamo con un pensiero presente su un muro dell’Aventino nel quale viene ben spiegato, probabilmente da uno straniero, perché viviamo nella città più bella del mondo.

Aventino

Roma città eterna!

“Una passeggiata tra arte e botanica per giardini ipogei” di Maria Luisa Manni (febbraio 2015)

Racconto di una passeggiata tra il virtuale ed il reale per giardini ipogei: iniziando dall’Auditorium di Mecenate, continuando con il ninfeo della villa di Livia per finire con il giardino ipogeo reale di Favignana.
Un giardino ipogeo sembrerebbe una contraddizione di termini ed un’ impresa impossibile, ma esiste qualche esempio sia virtuale, ovvero un giardino dipinto talmente meraviglioso da sembrare vero, sia reale che la dedizione di appassionati ha fatto diventare possibile.

Auditorium di MecenateAuditorium di Mecenate

Giardino dipinto della Villa di LiviaGiardino dipinto della Villa di Livia

I Giardini dell’Impossibile di Favignana nelle caveI Giardini dell’Impossibile di Favignana nelle cave

I Giardini dell’Impossibile di FavignanaI Giardini dell’Impossibile di Favignana

Collezione di ibiscus nei Giardini dell’Impossibile di FavignanaCollezione di ibiscus nei Giardini dell’Impossibile di Favignana

“Fiori celestiali ovvero la botanica spaziale dal passato verso il futuro” di Maria Luisa Manni (febbraio 2016)

Presentazione sulla storia della botanica spaziale attraverso gli esperimenti di botanica effettuati nello spazio nel corso di 40 anni.
Dall’esperimento degli alberi della luna, alla prima pianta fiorita, alla prima produzione di semi, alla coltivazione di piante commestibili per arrivare alla raccolta del primo bouquet di fiori nello spazio.
Dal passato, il riassunto dei successi e dei fallimenti, verso il futuro: i progetti in corso e cosa potremo vedere prossimamente.

tweet fioriMessaggio della Nasa 14 feb 2016: raccolto il 1° bouquet di zinnia nello spazio sulla ISS

spazioLa ISS ovvero la Stazione Spaziale Internazionale

serra spazioLa camera di crescita (serra cosmica) Veggie

arabidopsis thalianaArabidopsis thaliana la prima pianta fiorita nello spazio

serra spazialeUn’immagine dal futuro: una nuova serra per lo spazio